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L'operatore socio sanitario (oss) impiegato come strumentista di sala operatoria.

Il dibattito a distanza è partito dalle pagine di nursetimes da dove due infermieri attraverso due articoli, ragionano sull'opportunità di inserire gli operatori socio sanitari come strumentisti nelle sale operatorie italiane.

Questa riflessione nasce a seguito dei recenti articoli apparsi sul sito nursetimes sulla possibilità di trasferire il ruolo di strumentista all’operatore socio sanitario, sostenuta con una certa convinzione dal collega Giorgio Beltrami (http://www.nursetimes.org/2017/02/loss-puo-sostituire-linfermiere-sala-operatoria-uno-dei-tre-ruoli/29844/) e contestata dalla collega Anna di Martino (http://www.nursetimes.org/2017/02/oss-come-strumentista-il-gioco-al-ribasso-stride-con-le-competenze-avanzate-no-deciso-di-anna-di-martino/30137/)

OSS strumentista di sala operatoria

Quello che la dott.ssa Di Martino definisce “gioco al ribasso” è un concetto che, ormai da tempo, è divenuto un vero e proprio modus operandi all’interno dell’organizzazione sanitaria in Italia. Molto spesso gli infermieri, e da quanto ho potuto capire tra questi vi è anche il collega Beltrami, lamentano una pretesa capacità, passatemi il termine, “tuttologica” che li porta ad essere spostati/sballottati da un reparto all’altro, senza un adeguato affiancamento o formazione. Infermieri “Jolly” utilizzati come tappabuchi per coprire le ormai patologiche carenze di personale mai compensate da una adeguata politica di investimento nelle risorse umane, ed ai quali vengono attribuite sempre maggiori competenze e pratiche assistenziali di grado avanzato.

E perché mai dovrebbe essere meno errata la concezione dell’OSS Jolly da inserire a piacimento nelle “zone di carenza” del comparto infermieristico? Qualcuno ha mai chiesto all’OSS se ha fatto il corso per ritrovarsi a strumentare in sala operatoria o per essere spostato di qua e di là in base alle carenze che via via si vanno creando? Al di là della evidente differenza di preparazione tra le due figure, che, forse, in un prossimo futuro potrebbe anche essere compensata da percorsi di approfondimento e/o specializzazione, vi è una netta differenza tra le assunzioni di responsabilità di queste. Non si può pretendere che una figura di supporto, quale l’OSS, svolga un compito così importante all’interno dell’assistenza chirurgica al paziente, senza, di conseguenza, caricarlo delle responsabilità che questo compito comporta.

Ed anche se può essere del tutto comprensibile lo sfogo del collega Beltrami che, in base a quanto traspare dalle sue parole, si è probabilmente trovato a collaborare in Sala Operatoria con Chirurghi affetti dal complesso del “Dio in terra” (generalizzazione prettamente esemplificativa), senza alcun rispetto della professionalità della figura infermieristica, la soluzione a questo problema non è sicuramente quella di cedere la “patata bollente” ai colleghi OSS con l’assunto che “tanto a loro non è richiesto di pensare” per cui possono essere impiegati come scimmiette ammaestrate a passare i ferri! Come sottolineato dalla Di Martino, poi, l’infermiere strumentista diviene uno “spreco” (cit. Beltrami) solo se lo si continua a vedere come il vecchio “passaferri praticone” senza una reale coscienza di quello che fa.

L’ infermiere strumentista deve necessariamente seguire un percorso che lo conduca all’acquisizione di competenze avanzate (dato che non esiste più da tempo la mansione acquisita con la pratica tramandata da un “passaferri” all’altro) che non sono richieste agli infermieri di corsia. E se realmente stiamo guardando al futuro della professione infermieristica non possiamo sottovalutare l’importanza di queste competenze e dei ruoli sempre più specialistici che vedono l’infermiere come protagonista.

La sanità si sta da tempo organizzando, a livello mondiale, su assistenza per intensità di cura. E gli ospedali si stanno adeguando, anche se in Italia si va come sempre a rilento, a fornire risposte assistenziali per gli acuti mentre si demanda la gestione delle cronicità all’organizzazione territoriale. All’interno dell’ospedale, quindi, sarà sempre più necessaria la presenza di figure infermieristiche con competenze avanzate, che riescano a far fronte al meglio alla presa in carico del paziente acuto ad alta intensità di cure.

È innegabile che l’evoluzione della professione infermieristica, fin dall’abolizione del mansionario, abbia portato ad una presa in carico totale, a 360°, del paziente, seguendo il cammino tracciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con la definizione olistica di SALUTE del ’48. Ed è innegabile che i modelli organizzativi finora messi in campo, basati su corse estreme al ribasso, riduzione dei costi e bilanci aziendali, non sono stati capaci di seguire adeguatamente e sostenere questo processo evolutivo. Ciò ha portato alla sottostima “colposa”, a voler essere buoni, di quelli che sono i carichi di lavoro dell’infermiere e le necessità di incremento della pianta organica. Si ha, di conseguenza, la sensazione, fin troppo tangibile e concreta, che l’infermiere sia tenuto a fare tutto, a fare troppo, senza aver mai alcun riconoscimento professionale e/o economico.

Professionisti infermieri in un eterno purgatorio, fatto di turni assurdi, mancati riposi, rinuncia alle ferie e la spada di Damocle della responsabilità professionale sempre pronta a cascarti in testa. Situazione che non può trovare giovamento dalla “svendita” di attività assistenziali a figure di supporto evidentemente non nate per supplire a tali carenze ma con un proprio mandato assistenziale. Più utile, ma forse utopica, potrebbe essere la totale riorganizzazione della “carriera infermieristica” che, di fatto, in Italia è inesistente. Un’organizzazione che preveda il riconoscimento ufficiale delle diverse specializzazioni, delle competenze acquisite, dell’anzianità di servizio e dei carichi assistenziali sostenuti.

Il riconoscimento della professione come “usurante” ed il conseguente abbassamento dell’età pensionabile. Una reale integrazione tra ospedale e territorio per poter distribuire l’utenza in maniera più omogenea e per la gestione decentrata/domiciliare delle cronicità. Un’organizzazione a livelli che sia realmente premiante e che faccia sentire realmente il professionista come parte integrante ed importante del sistema, alla pari con tutte le altre figure che partecipano al processo assistenziale. Ed è questo che mi auguro e vi auguro caldamente cari colleghi.


Autore
Maria Midiri
Author: Maria MidiriWebsite: https://www.operatoresociosanitario.netEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Alcune informazioni su di me:
Maria Midiri, infermiera e giornalista pubblicista. Dopo aver conseguito la laurea triennale infermieristica discutendo una tesi sull'infermiere di Terapia Intensiva e le strategie di prevenzione/intervento delle infezioni associate all'assistenza, sta continuando a studiare le dinamiche di assistenza in area intensiva e le competenze avanzate degli infermieri in area critica e non.
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