OSS violenta paziente disabile, condannato a 10 anni

OSS violenta paziente disabile, condannato a dieci anni

Dieci anni di carcere. È questa la pena inflitta a L.A., l’operatore socio sanitario che in pieno lockdown, quando Troina era in zona rossa, abusò sessualmente una ragazza disabile, all’interno dell’Oasi nella provincia di Enna, dove lavorava. La giovane, a seguito della violenza, rimase incinta. La sentenza, con rito abbreviato, è stata emessa dal Tribunale di Enna, con il presidente della sezione penale Francesco Paolo Pitarresi, giudici a latere Elisa D’Aveni e Chiara Blandino. Il pm Stefania Leonte, che ha coordinato le indagini assieme al sostituto Orazio Longo, sotto il coordinamento del procuratore Massimo Palmeri, aveva chiesto in aula una pena ancor più severa, ovvero 14 anni. Ma la sentenza è scesa al di sotto di quanto richiesto nella requisitoria, anche se le motivazioni si conosceranno solo in seguito.

La confessione
Il condannato, reo confesso, era stato sottoposto a fermo dagli agenti della Squadra Mobile di Enna, su decisione della Procura, il 7 ottobre 2020. Secondo quanto ricostruito, L.A. avrebbe approfittato di un attimo di distrazione dell’infermiere di turno per abusare della donna, la quale ovviamente, per via della sua grave disabilità, non poteva aver dato il proprio consenso ad avere un rapporto sessuale.

L’origine dell’inchiesta
La famiglia della vittima, che si è costituita parte civile, è assistita dall’avvocato Eleanna Parasiliti. È proprio dalla denuncia della famiglia che partì l’inchiesta, quando i suoi cari appresero che la ragazza era incinta. Gli investigatori agirono con tecniche tradizionali, interrogando i dipendenti della struttura. Si capì subito, infatti, che non poteva essere entrato nessuno da fuori, perché la sicurezza all’interno è assoluta; il ché, se possibile, rendeva il caso ancor più inquietante, dato che l’autore era inequivocabilmente qualcuno che avrebbe dovuto accudire la ragazza, non certo abusarne.

L’Oasi di Troina
Quando fu sentito, L.A. mostrò subito confusione e disagio. La polizia capì che stava nascondendo qualcosa, così l’interrogatorio si fece più serrato, fino alla sua piena confessione. Qualche giorno dopo il fermo, intervenne pubblicamente l’Oasi di Troina, sottolineando che nulla del genere era mai successo prima, nella storia dell’Oasi, e specificando che fu proprio l’Istituto, non appena si accertò lo stato di gravidanza della propria assistita nell’ambito dei normali controlli, a informare immediatamente la famiglia e denunciare il grave fatto alle forze dell’ordine.

L’Oasi: “Episodio solitario”
“Con i genitori è stato deciso il percorso da adottare e sin da subito ci siamo messi a loro disposizione per qualsiasi bisogno, anche futuro, della ragazza e del nascituro”, sottolinearono dall’Oasi, aggiungendo che la ragazza era ancora loro ospite, segno della fiducia della famiglia verso la struttura. “Comprendiamo lo sconcerto delle famiglie – dissero i vertici dell’Oasi – che è anche il nostro. Vogliamo rassicurare tutti che questo episodio va considerato un unicum che non può intaccare il lavoro professionale di tanti nostri operatori e per tanti anni. Come le nostre famiglie sanno noi ci facciamo carico dei nostri ospiti per ogni cosa, soprattutto per rendere la loro vita più serena”.


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