Elisa, OSS affetta da malattie rare: devo scegliere tra curarmi o mangiare

Ci scrive Elisa, oss affetta da malattie rare che si trova davanti ad un bivio
Operatrice socio sanitaria costretta a scegliere tra curarsi e mantenere il posto di lavoro

Salve a tutti sono una giovane oss che svolge questa professione da una decina d'anni circa. Desidero condividere con voi la mia storia visto che ultimamente si sta parlando molto di diritti dei lavoratori e tutele.
Dopo varie esperienze lavorative sul territorio di residenza ho avuto la fortuna di essere stata assunta, previo concorso pubblico, presso una casa di riposo comunale in provincia di Udine, nella mia regione quindi, il Friuli Venezia Giulia. Una gioia infinita: potevo svolgere il lavoro di operatore socio sanitario che adoro, in una struttura pubblica nella mia città.

 

Una gioia breve

Purtroppo la gioia fu veramente breve, da li a poco iniziai ad avere strani problemi di salute che mi obbligavano ad assentarmi da lavoro per lunghi periodi.
Potete immaginare la reazione da parte dei superiori e delle colleghe ma in fondo la mia situazione era particolarmente complicata e considerate oltretutto che non riuscivo nemmeno ad ottenere una diagnosi certa per cui mi sono sentita giudicata ed additata come fossi volutamente un'assenteista, un'ingrata, una dipendente che porta solamente problemi.

Per fortuna ci sono stati anche dei periodi proficui in alternanza a quelli bui ma veniamo al dunque: non molto tempo fa ebbi una ricaduta e, dopo numerosi ricoveri, ricevetti finalmente la diagnosi di diverse malattie rare.
Dico malattie perché ce n'era addirittura più di una! Dopo la "gioia" di questa scoperta, perchè quando stai male vuoi sapere almeno il perchè, la causa, ho iniziato a fare i conti con la realtà... quale sarebbe stato il mio futuro lavorativo? Mi sarei mai rimessa da questo stato? Mi spettava la pensione d invalidità? Avrei avuto tempo di crescere le mie bambine? E con quali risorse fisiche/economiche? Sarei mai rientrata a lavoro? DELIRIO.

La depressione

Come non bastasse cado in depressione. Ma io sono come la gramigna, non mollo, inizio a sperimentare terapie che mi permettono di rimettermi un pochino in pista. Certo, i muscoli non sono più quelli di prima, la forza fisica dimezzata, prendo peso, oltre 20kg con i cortisonici ma contatto i miei superiori per tentare un reinserimento affinché nn venga licenziata per il superamento del periodo di comporto. Nel frattanto mi riconoscono un'invalidità che non arriva a 2/3 e che non mi da alcun beneficio se non la possibilità di ricollocamento grazie alla legge 68/99 che mi identifica come idonea ad attività lavorativa purché non sia una mansione con sforzi prolungati e movimentazione di carichi pesanti.

Il ricatto aziendale

Per tutta risposta dell'azienda il consiglio è un pò quello di autoeliminarmi richiedendo una visita medico collegiale. Rifiuto su suggerimento del sindacato ed attendo l'incontro con il medico competente sotto sottile ricatto: se sarai giudicata idonea ma anche solo con limitazioni non c'è posto per ricollocarti, qua non abbiamo nemmeno l'obbligo di assunzioni delle categorie protette. SBAMMM! Un'altra sberla dritta in faccia.

Volete sapere l'esito di questa infinita storia? Beh, a tutela del lavoratore (sic!) sto lavorando senza alcuna limitazione, anzi, sono nel reparto più pesante, forse in attesa che mi dimetta.
Goffa più che mai e carica di dolori procedo finché tengo (lo statale a tempo indeterminato non ha nemmeno diritto alla disoccupazione e all'assegno di inabilità lavorativa temporanea, lo sapevate?)

Almeno per qualche periodo riesco ancora a fare la spesa. Mi dicono che sono un caso limite ma non credo d'essere l'unica con queste problematiche.

Mi chiedo se sia possibile essere costretti a scegliere tra due bisogni fondamentali come tutelare la propria salute e mangiare?
Se qualcuno ha dei consigli non esiti a contattarmi! Grazie per l'ascolto.
Elisa

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Alcune informazioni su di me:
www.operatoresociosanitario.net il sito dedicato all'operatore socio sanitario (oss)
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