Coronavirus: OSS, quando gli eroi sono i nostri familiari

OSS contrae il virus sul lavoro e contagia la moglie incinta
Gli operatori sanitari, OSS, infermieri e medici fanno ogni giorno i conti anche con il senso di colpa di aver contagiato un familiare.

Reggio Emilia. Cristiano Lugli OSS di ventisette anni ha provato a evitare di contagiare la moglie, incinta, ma non è servito, la donna in gravidanza ha contratto ugualmente il Covid-19.

Entrambi gli uomini di casa, impegnati sul fronte sanitario hanno contratto il Coronavirus poi lo hanno contagiato alle donne. Padre e figlio Lugli, infatti, lavorano uno come volontario della Croce Rossa e della Protezione Civile, l'altro come operatore socio sanitario presso una struttura Reggiana. Una volta accusati i primi sintomi, i due uomini, padre e figlio, hanno deciso di vivere separati dalle proprie mogli, ma non è servito: anche loro erano state contagiate.

Monica Madini, moglie di Cristiano Lugli, quando ha contratto il virus era al termine della sua gravidanza. Non accusava malesseri ma è stata ugualmente sottoposta al tampone risultando positiva e scoprendo quindi di essere uno dei casi asintomatici che in genere non vengono indagati.

La vita comunque non si ferma nemmeno davanti a una pandemia e a un virus terribile come questo. La donna, nonostante fosse infetta da Covid-19 ha partorito una splendida bambina nell'ospedale Santa Maria Nuova, e la neonata non ha contratto il virus, sta benissimo.

Così, oltre alla paura di contrarre il virus per loro stessi, gli OSS si ritrovano a dover fare i conti con la preoccupazione di veder contagiati i propri cari e con i sensi di colpa quando poi, nei casi sfortunati, questo avviene sul serio. E' quello che è successo a Cristiano Lugli, che già prima di avere i primi sintomi, avendo visto ammalarsi diversi pazienti e svariati colleghi della struttura in cui lavora, aveva già deciso di dormire in una camera diversa da quella della moglie. Ma non è servito.

”Lei dormiva in una stanza con Tommaso, nostro figlio di tre anni, io in un’altra. Usavamo le mascherine, tenevamo le stoviglie separate e andavamo in due bagni diversi. Mai come in quei giorni, poco prima della nascita della bambina, ci sono mancati gli abbracci" Racconta l'operatore socio sanitario che pensava di avere in questo modo tenuto la moglie lontana dal virus, dato che, essendo asintomatica, non l'ha mai manifestato.

Quando a Cristiano sono comparsi i primi sintomi del Covid-19, erano i giorni di Pasqua e la moglie si è trasferita a casa dei suoceri. Ma non è bastato, era ormai infetta anche lei. ”Proprio nei giorni pasquali ho avuto la fase acuta: febbre a 38, tosse e dolore osseo. Non riuscivo neppure a stare in piedi. Altroché banale influenza: ho passato giorni d’inferno. E al mercoledì ho avuto dal tampone la certezza del contagio”

"A volte mi sento in colpa, perché non sono riuscito a preservare i miei cari. Ma molti contagiati sono stati operatori di ospedali e case di riposo, persone che hanno una famiglia." continua Cristiano, che ha visto ammalarsi anche la madre e il padre, per il quale è molto preoccupato.

Il padre, uomo di sessantasette anni, è un volontario della croce rossa e della protezione CivileDa otto giorni la febbre non passa, non riesce né a mangiare né a dormire...” racconta ancora l'OSS di Reggio Emilia.

Lugli è riuscito a conoscere Gemma Linda, la sua bambina, solo nove giorni dopo la nascita. La bambina è negativa al virus e in fondo a questa brutta storia, è tutto quello che conta, sebbene l'OSS di Reggio Emilia ci tenga a precisare che “Alla fine bisognerà esaminare quali siano state le falle nel sistema di protezione del personale.” gli operatori sanitari dovrebbero infatti poter lavorare con la sicurezza di non essere dannosi per loro stessi e per chi sta loro intorno.

 

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