× Discussioni sui diritti dell'operatore socio sanitario OSS

Il tempo per indossare la divisa va retribuito come normale orario di lavoro.

24/10/2008 22:44 24/10/2008 22:48 da detlef.
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Il tempo per indossare la divisa va retribuito come normale orario di lavoro. #267
CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 22 luglio 2008, n. 20179
Riconoscimento del diritto alla retribuzione per il tempo occorrente ad indossare e dismettere la
divisa aziendale - Condanna della società datrice di lavoro al pagamento di determinate somme per differenze retributive

Svolgimento del processo


R. A. e litisconsorti, dipendenti della S.p.a. A., hanno chiesto il riconoscimento del diritto alla
retribuzione per il tempo occorrente ad indossare e dismettere la divisa aziendale, con la condanna
della società datrice di lavoro al pagamento di determinate somme per differenze retributive.
Il primo giudice ha accolto le domande con decisione che la Corte di Appello di Milano ha
confermato con la sentenza oggi impugnata. Il giudice dell'appello ha affermato che il tempo
impiegato per la vestizione e svestizione della divisa aziendale corrispondeva alla esecuzione di un
obbligo imposto dal datore di lavoro; ha ritenuto congruo il tempo di venti minuti complessivi per
le operazioni in questione, senza la detrazione dei cinque minuti di tolleranza previsti
contrattualmente con la funzione di coprire i ritardi episodici.
La S.p.a. A. propone ricorso per cassazione con tre motivi. A. e litisconsorti resistono con
controricorso.
Le parti hanno depositato memorie.

Motivi della decisione
1.1. Con il primo motivo si denunciano i vizi di violazione e falsa applicazione degli artt.42 D.P.R.
28 marzo 1980 n.327 e all.8 d.lgs. 26 maggio 1997 n. 155, 1362 ss. cod.civ. in relazione agli artt.
124 e 117 del CCNL Turismo Pubblici Esercizi, nonché difetto dimotivazione.
Si osserva che i dipendenti della società sono diretti destinatari delle disposizioni dell'art.42 del
D.P.R. n.327/1980 (regolamento di esecuzione della legge 30 aprile 1962 n.283), secondo cui il
personale deve indossare tute o sopravvesti di colore chiaro nonché idonei copricapi che
contengano la capigliatura; il personale addetto alla preparazione, manipolazione e
confezionamento di sostanza alimentare deve indossare adeguata giacca o sopravveste di colore
chiaro nonché idoneo copricapo; l'all. 8 del d.Igs. n. 155/1957 fa obbligo di indossare indumenti
adeguati, puliti e se del caso protettivi.
L'art. 124 del CCNL applicabile stabilisce poi che la divisa deve essere indossata solo sul lavoro.
Dunque i dipendenti per obbligo di legge possono prendere servizio solo dopo aver indossato
copricapo e divisa; questa può essere utilizzata solo in servizio. II giudice dell'appello ha riferito
erroneamente tali obblighi a prescrizioni della società in ordine al tempo e luogo del vestire la
divisa.
In ogni caso, l'esistenza di disposizioni concernenti il luogo dove indossare la divisa non può
costituire elemento essenziale e decisivo della eterodirezione del datore di lavoro. Si rileva che
prima e dopo la timbratura presso lo spogliatoio il dipendente è libero di comportarsi come crede; il
tempo per vestire e svestire la divisa, sia nello spogliatoio sia nell'abitazione del lavoratore, va
comunque sottratto al tempo libero.

1.2. Il motivo è infondato. Non è contestato che i lavoratori sono tenuti ad indossare la divisa
aziendale, con pantaloni o gonna, maglietta polo, grembiule, cappellino, e in inverno maglione. Si
tratta dunque, come rilevato dal giudice di appello (con apprezzamento non censurato dalla parte) di
un obbligo imposto dal datore di lavoro eccedente quello legale, connesso all'uso degli indumenti
prescritti dalla richiamata normativa di legge, che richiederebbe per la vestizione e svestizione un
tempo minore.
L'adempimento di tale obbligo deve necessariamente avvenire presso l'unità produttiva, ed è
collegato in sequenza con la timbratura del cartellino marcatempo (la vestizione deve avvenire
prima della timbratura in ingresso e la svestizione è successiva alla timbratura in uscita).
La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto occasione di affermare che ai fini di valutare se il
tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito o meno, occorre far
riferimento alla disciplina contrattuale specifica: in particolare, ove sia data facoltà al lavoratore di
scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa (anche presso la propria abitazione, prima
di recarsi al lavoro) la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento
dell'attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita, mentre se tale operazione è diretta dal
datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di
conseguenza il tempo ad essa necessario deve essere retribuito (Cass. 21 ottobre 2003 n. 15374, 8
settembre 2006 n. 19273).
La sentenza impugnata ha correttamente applicato questo principio, perché ha riferito la
determinazione del tempo e del luogo di esecuzione delle operazioni in questione a precisi obblighi
imposti dal datore di lavoro; né rileva, in relazione alla accertata sottoposizione al potere direttivo
dell'imprenditore per tale attività, il mancato controllo dei tempi impiegati dai lavoratori per queste
operazioni precedenti e successive alla timbratura.

2.1. Con il secondo motivo si denunciano i vizi di violazione e falsa applicazione degli artt. 5 e 4
del r.d. n.1955/1923 anche con riguardo alla portata interpretativa del d.lgs. n.66/2003, nonché
difetto di motivazione.
La parte contesta che i tempi di vestizione possano ritenersi inclusi nell'orario di lavoro, in relazione
alla nozione di lavoro effettivo fissata dalla citata normativa del r.d. n.1955/1923 (applicabile
razione temporis); afferma poi che alla successiva disciplina introdotta dal d.lgs. 8 aprile 2003 n.66
deve essere attribuito valore interpretativo dell'assetto precedente, nel senso di escludere dall'orario
di lavoro i periodi in cui non ricorrono tutti i requisiti previsti dall'art. 1 di tale provvedimento
(presenza al lavoro, a disposizione del datore di lavoro ed esercizio dell'attività o delle funzioni).

2.2. Anche questo motivo è infondato. L'enunciazione del principio di diritto richiamato al punto
precedente presuppone una nozione di lavoro effettivo da cui restano esclusi soltanto gli intervalli di
tempo dei quali il lavoratore abbia la piena disponibilità; tale criterio consente, come si è visto, di
comprendere nell'ambito considerato i tempi impiegati per attività soggette alla direzione
dell'imprenditore.
La disciplina dettata dal decreto legislativo 8 aprile 1966 n.66, di attuazione delle direttive
93/104/CE e 2000/34/CE, per il suo carattere innovativo, non può fornire criteri interpretativi in
senso restrittivo della definizione del concetto di lavoro effettivo fissata della normativa precedente
applicabile ratione temporis.

3.1. Con il terzo motivo, mediante la denuncia di violazione e falsa applicazione dell'art.432
cod.proc.civ. e difetto di motivazione, si censura la determinazione in venti minuti complessivi del
tempo impiegato nelle operazioni di vestizione e svestizione. Si deduce che la Corte di Appello, in
violazione della norma invocata, ha valutato equitativamente l'entità della prestazione lavorativa, e
non ha motivato tale commisurazione della durata dell'attività; ha poi erroneamente escluso la
computabilità in detrazione dei cinque minuti di tolleranza previsti contrattualmente.

3.2. Il motivo è infondato. La determinazione della durata della prestazione non costituisce oggetto
di valutazione equitativa, ma di uno specifico apprezzamento di fatto sorretto da congrua
motivazione, non adeguatamente censurata (la parte si limita a prospettare una diversa indicazione
dei tempi necessari). Quanto alla computabilità dei cinque minuti di tolleranza, nessuna critica
specifica viene mossa alla interpretazione della relativa norma contrattuale, alla quale la sentenza
impugnata attribuisce la funzione di coprire i ritardi episodici.

4. Il ricorso deve essere quindi respinto, con la condanna della ricorrente al pagamento delle spese
del presente giudizio liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio liquidate in € 35,00 per esborsi, € 2.500,00 per onorari oltre spese generali

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